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Nel 1944 apre a Parigi il Tabou, la prima cave (cantina) per esistenzialisti bruciati. Vestiti di nero, lettori di Nietzsche e dei filosofi francesi della disperazione, gli esistenzialisti francesi negli anni Cinquanta sono la versione europea, ma più aristocratica, dei beat americani. Consumano anfetamine e cannabis, sono presenti soprattutto nelle grandi città come Milano e Roma. Totò, in un episodio di Totò a colori (1952), può permettersi di prenderli in giro per far ridere il proprio pubblico. In Italia, il privato consumatore di droga comincia ad essere sanzionato dopo il 10 dicembre del 1957 con pene che vanno dai tre agli otto anni di carcere. Alla fine degli anni Cinquanta si moltiplicano i canali di diffusione e s’incrementa il prezzo dell’eroina, della cocaina, delle anfetamine e della cannabis. Di droghe si parla ancora poco anche se i giornali pubblicano reportage sulle trasformazioni culturali d’oltreoceano. I casi di Timothy Leary, di Ken Kesey, dei beatnik, degli scrittori e poeti della Beat Generation vengono seguiti con ammirazione; ambiguo è l’atteggiamento di molti intellettuali italiani nei confronti dell’avvento della cultura della droga. In Italia gli psicotossici più diffusi tra i giovani sono ancora le “pasticche” cioé medicinali legali a base di morfina come il Cardiostenol, spesso venduti senza ricetta e consumati assieme all’alcool. Quando le mode d’otreoceano arrivarono in Italia anche qui comparvero beatnik che assumevano droghe per “decondizionarsi”. Non una novità assoluta, certo, perché gran parte dei movimenti artistici di contestazione, sin dalla Scapigliatura, hanno presentato caratteristiche simili a quelle degli anni Sessanta. Gli scapigliati conoscevano bene il laudano, l’assenzio e l’hascisc; i legionari fiumani di Gabriele d’Annunzio diedero origine, per qualche tempo, ad una repubblica dionisiaca nella quale l’alcool e le droghe avevano la loro parte nel costruire l’entusiasmo dei combattenti. Dopo i movimenti di Berkeley del 1964 qualcosa si muove anche in Italia, quasi a segnale convenuto. Un sordo movimento di contestazione e critica giovanile assume rilevanza con l’arrivo del rock, dei Beatles e delle prime band inglesi e americane cui la televisione comincia a dare spazio. I primi veri e propri beatnik europei – nomadi e privi di lavoro – in procinto di trasformarsi in hippies si fanno visibili nella primavera del 1965 a Roma. Qualche mese dopo, in novembre, il giornalista de “l’Espresso”, Sandro Viola, si scandalizzava per il pogrom (sic) che s’abbatteva su un gruppo di loro, beatnik tedeschi e scandinavi, che avevano vissuto per circa due anni a Parigi presso il café Popov, tollerati dai flic abituati ai loro capelli lunghi, al loro “sporco disordine”. Quei nordici ammiratori di Ginsberg e Ferlinghetti “che non facevano nulla dal mattino alla sera” e rompevano i loro lunghi silenzi “con qualche improvviso, nervoso, quasi isterico suono di chitarra”, cacciati dall’aumento dei prezzi delle consumazioni del Popov, si trasferirono a Roma tra via del Babuino, via Condotti e Trinità dei Monti, dove si meritarono l’epiteto di “capelloni” e furono dapprincipio confusi con gli esistenzialisti delle caves romane.
(continua) |




