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KUMBHA MELA

San Francisco divenne per un pò il centro del mondo. Da Milano a Helsinky, quasi a smentire la definizione che i pubblicitari avevano dato della loro generazione, Pepsi Generation, i giovani guardavano con desiderio a questo luogo e desideravano partecipare almeno un po’ alla sua magica atmosfera. Per lo scrittore Hunter Thompson a San Francisco aleggiava la strana sensazione che lì si stava facendo la storia, e non era un segreto per nessuno – aggiungeva – che uno dei segreti di quell’atmosfera fossero gli psichedelici.

Dato l’aumento della richiesta tra il 1964 e il 1965, i produttori indipendenti di LSD si moltiplicarono e i più incauti cominciarono ad essere presi con le mani nel sacco e condannati per fabbricazione non autorizzata di sostanze chimiche, un espediente per aggirare il fatto che l’LSD era ancora legale. A Dinosaur, nel Colorado, due chimici furono sorpresi mentre trasportavano un laboratorio mobile nel portabagagli di una macchina. A San Diego un tecnico del Salk Institute, che fabbricava vaccini, mise in piedi un laboratorio clandestino per arrotondare. Comunque, la gran parte dei chimici impegnati nella produzione di droghe lavorarono indisturbati e inondarono la California di droga. Polizia e autorità cercarono di contrastare l’inedita diffusione di sostanze psicotrope ma la loro attività era malvista, mentre le azioni di Leary e Kesey erano guardate con simpatia dalla gran parte degli intellettuali. I difensori della morale e della sobrietà apparivano vecchi, creature di epoche passate. I direttori dei campus universitari si mantennero generalmente ostili al nuovo fenomeno, e non avrebbero potuto fare altrimenti, ma gli scrittori, gli artisti, gli attori, tutti coloro che formavano e influenzavano il gusto e il comportamento dei giovani ammiravano più o meno apertamente le crociate dei guru psichedelici.

Erano saltate tutte le categorie. I giornalisti tentavano di districarsi in quel misto di filosofia indù, religione nativa americana, buddhismo zen e di ottimismo americano. L’abbondanza di droghe, l’allentamento delle inibizioni, la convinzione che qualcosa di grandioso stesse per accadere furono all’origine di un fenomeno localizzato che attrasse l’attenzione dei media nazionali: la formazione di un’intera comunità di giovani che si vestiva in modo fantasioso, che predicava la pace e il disimpegno, che parlava un gergo originale e che consideravano la droga un elemento fondamentale del suo stile di vita. Erano gli hippies.[1] Chi aveva simpatia per loro li paragonava ai primi cristiani, ai cinici, alle sette antinomiste, addirittura ai fraticelli di san Francesco d’Assisi (citato spesso a sproposito in quei giorni). La città di San Francisco era dedicata a lui, e gli hippies, spesso scalzi, vestiti poveramente, sembravano ispirarsi al suo messaggio. Ispirata a questa lettura del santo di Assisi, la regista italiana Liliana Cavani ne realizzò una biografia “laica” proprio nel 1966, Francesco. 

In realtà, gli hippies furono il prodotto di un’età di benessere L’America era allora ricca e le classi dirigenti erano convinte che la scienza stesse per fare della terra un paradiso; che si fosse all’inizio della èra della post-scarsità, dove ci sarebbe stata abbondanza per tutti se solo si fosse riusciti a eliminare due minacce: la sovrappopolazione e le armi nucleari. L’era della post-scarsità doveva essere difesa adottando uno stile di vita non consumistico, per fare in modo che tutti potessero godersi il prossimo Paese della Cuccagna. Come già i beat, anche gli hippies abbracciarono una povertà volontaria ma temporanea, per contestare contro il sistema di vita consumistico. Il giornalista autore dell’articolo I Was a Hippy scrisse: “Questi ragazzi sono esploratori. Con creatività stanno esplorando come vivere nella prossima epoca dell’ozio, quando, fra dieci anni, le macchine e i computer faranno quasi tutto”.[2] Questo ottimismo irreale ispirò a Gary Snyder e Timothy Leary il progetto del ritorno “alla terra, alla natura, alla tribù”. Per mettere in crisi la società dei normali che s’opponeva a questo futuro, gli hippies si prolungavano la fanciullezza con tutta la sua giocosità per minare le basi del consumismo. Chiamavano l’LSD mind detergent, un termine che sarebbe piaciuto agli psichiatri che intendevano farne un agente decondizionante. La locuzione alludeva alla capacità, attestata da molti esperti, che l’acido potesse aiutare, nelle condizioni giuste, a cambiare la vecchia personalità per riorganizzarne una nuova. Liberarsi dalle inibizioni, anticipare la nuova società nelle comuni, immergersi periodicamente nel fonte battesimale degli psichedelici aiutava ad aprire i battenti di un nuovo paradiso privo di denaro e di lavoro. Spazzate via le vuote forme della politica e della rappresentanza, riuniti in gruppi, gli uomini neo-tribali, gli hippies del futuro, avrebbero vissuto come i cacciatori e i raccoglitori preistorici.

(continua) 

[1]. Secondo un uso diffuso indico con la parola hippies il plurale; con hippie l’aggettivo al singolare mentre con hippy il sostantivo al singolare.

[2]. “Preferivano riferirsi a se stessi come a teste, heads riferendosi implicitamente, così, alla loro superiore consapevolezza; o anche freaks, intendendo che erano mutanti, mostri, colpi di speranza che rappresentavano la prossima tappa dell’evoluzione culturale”, Roszak T., The Making Of a Counter-Culture, Anchor Books, 1969, p. 38 (trad. mia).

 

Ken Kesey e i Merry Pranksters