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 STRANIERI IN TERRA STRANIERA

Ken Elton Kesey nacque nella cittadina di La Junta, in Colorado, nel 1935, figlio primogenito di un imprenditore che nel pieno della Depressione si era trasferito nell’Ovest, a Springfield, Oregon, per cercare fortuna e l’aveva trovata nel campo dei formaggi. Negli anni Quaranta il caseificio Kesey dell’Oregon era diventato uno dei più grandi dello Stato. Il piccolo Ken crebbe in mezzo alla natura spettacolare di quella regione del paese, dove imparò a nuotare nel fiume McKenzie, a cacciare i daini, a pescare i grandi salmoni. A scuola si distinse per il buon carattere, la voglia di lavorare, e l’abilità nel giocare a football. Nell’aspetto era un perfetto ragazzo americano: alto, biondo, la mascella volitiva. Il padre gli aveva inculcato i buoni propositi per farsi strada nella vita: studiare, mettere su famiglia lavorare sodo. Ma Ken aveva qualcosa che lo distingueva dai ragazzi di La Junta e dai suoi fratelli: passava ore a fantasticare sui fumetti dei supereroi. Stupiva gli amici con giochi da illusionista. Lo affascinava soprattutto Capitan Marvel, l’alter ego di un ragazzo di nome Billy Batson che si trasformava in una specie di Superman ogni volta che pronunciava il nome del mago egiziano Shazam.

Nell’adolescenza, Ken sviluppò un lato del carattere che mal si adattava alla figura del bravo ragazzo square: l’ambizione di diventare uno scrittore. Cominciò un romanzo sull’epica della vita sportiva che intitolò The End of Autumn. Alla fine del liceo si candidò ad una borsa di studio di scrittura creativa allo Stanford Writing Program. Con sua grande sorpresa fu accettato. Sposò la fidanzata Faye e fuggì con lei alla ricerca della gloria letteraria, lontano dal paese di boscaioli, cacciatori e produttori di formaggio in cui era cresciuto. Era l’autunno del 1958. La moda letteraria del momento erano i beat, ma i bestseller americani di quell’anno erano per lo più romanzi classici, gialli ben costruiti come Anatomia di un omicidio di Robert Travis, romanzi di formazione al rovescio, come Lolita di Vladimir Nabokov, un grande romanzo storico sulla Rivoluzione russa, Il dottor Zivago di Boris Pasternak.

All’università fece amicizia con lo scrittore Robin White che divenne il suo mèntore e trovò un alloggio per Ken, la moglie e il loro primo figlio (ne avrebbero avuti altri due negli anni successivi). Non un alloggio qualsiasi, ma un appartamento a Perry Lane, l’ambito quartiere artistico di Stanford. Lì, in una dozzina di case a due camere alloggiavano studenti e membri dell’Università, una piccola bohème tra le casupole basse e i caprifogli. A Penny Lane erano tutti molto snob, tutti molto intellettuali, con le sopracciglia alzate. Non era facile farsi accettare se non si era di quella pasta ma Kesey ci riuscì perché impersonava il tipico buon selvaggio, il sempliciotto cresciuto nelle foreste, che White e i suoi amici iniziarono ai riti della modernità utili, nella loro opinione, ad uno scrittore: l’uso della marijuana, consumo di alcool, un’introduzione alla psicanalisi e all’esistenzialismo francese, un certo libertinismo in materia sessuale. Caso volle che tra gli abitanti di Penny Lane vi fosse anche Vic Lovell, psicologo interessato allo studio degli stati alterati di coscienza e amico di vecchia data di Richard Alpert.

Vic Lovell confidò un giorno a Ken che al Menlo Park Veteran Hospital, l’ospedale militare statale della cittadina, era in corso una ricerca alla quale si poteva partecipare come cavie prendendo 75 dollari al giorno. Non era una paga cattiva per non fare niente. Bastava stendersi su un lettino, inghiottire qualche pillola e lasciare che i dottori controllassero i valori vitali e facessero qualche domanda. Lovell aderì e consigliò all’amico di fare altrettanto non solo per i soldi, ma anche per vivere un’esperienza strana e affascinante. La ricerca andava avanti almeno dal 1952 ed era guidata dall’antropologo Gregory Bateson che studiava la teoria della “matrice interattiva dei disagi mentali”: la malattia mentale sarebbe causata da disturbi di comunicazione da individuare e correggere. Bateson e il suo collaboratore Leo Hollister — finanziati dall’Mk-Ultra — sperimentavano gli allucinogeni quali promettenti “agenti deprogrammatori”. Come Leary, Bateson considerava il disagio più un malinteso semantico che una condizione ontologica.

 Una mattina, Kesey si recò al grande ospedale, riempì i moduli, firmò le liberatorie e s’offrì docilmente alla visita di controllo. Per partecipare al programma bisognava godere di una buona salute fisica e mentale. Qualche giorno più tardi iniziò il programma di somministrazioni: gli fecero indossare un pigiama da paziente, gli diedero una pillola da inghiottire con un bicchierino di succo di frutta e poi — ad esperienza finita — gli chiesero di riempire pagine e pagine di questionari, che servivano a descrivere le sue sensazioni e il suo vissuto utilizzando parametri fissi, d’intensità scalare. Le somministrazioni seguivano un rigido schema, partendo dalle sostanze meno potenti sino agli ultimi ritrovati nel campo dei “deprogrammatori”. Provò una decina di sostanze allucinogene, tra cui l’IT-290, il peyote, la psilocibina, i semi di ipomea, la mescalina, il Ditran. 

 

(continua)  

Last Updated ( Thursday, 30 October 2008 12:53 )
 

Ken Kesey e i Merry Pranksters