Newsletter
|
|
|
|
RAGAZZI SELVAGGI Nel 1866, all’età di sedici anni, il miliardario americano Abbott Kinney fu spedito dai genitori in un lungo soggiorno europeo, per imparare le belle maniere, studiare le lingue e visitare i musei. In Europa, Abbott, partecipò a feste e ricevimenti, ma soprattutto fece incontri che gli torneranno utili nella vita come industriali e prìncipi della finanza. Trascorse gli ultimi mesi del suo Grand Tour in Italia (l’anno era il 1869) e restò colpito soprattutto da Venezia e dalla riviera adriatica. I quadri del Canaletto, le grandi chiese di Venezia, la bruma di Chioggia, i canali di acqua di mare solcati dalle gondole, gli diedero l’impressione di un paese di sogno. Non sarebbe più tornato in quei luoghi ma serbò in un angolo della memoria, per sempre, quella luce e quelle architetture. Molti anni più tardi, a metà di una vita avventurosa, Abbott decise di recuperare quelle vedute che erano rimaste ferme nella sua memoria – le gondole, i canali di Venezia, l’architettura tra il gotico e il moresco – e siccome aveva la fortuna di essere molto ricco pensò di ricostruire una copia della città lagunare che avrebbe battezzata Venice of California. Nel 1891 acquistò un tratto di circa tre chilometri di costa a Sud di Los Angeles. Non pagò molto, allora la California era ancora una terra selvatica e oltretutto quel tratto di costa era insalubre e paludosa. Forse le grandi onde del Pacifico avevano poco a che vedere con le calme acque dell’Adriatico ma la luce era molto simile. Venice sarebbe stata un luogo di villeggiatura e divertimento, e avrebbe ospitato alberghi e villette per gente danarosa specchiate su una rete di canali solcati da traghetti e autentiche gondole di Venezia. Dopo quasi quindici anni di lavori, il complesso fu inaugurato il 4 luglio del 1905. Il centro di Venice era un grandissimo molo sul quale erano stati costruiti un museo, una sala da ballo e un teatro dell’Opera. Assieme ai primi ricchi abitanti arrivarono legioni di camerieri, inservienti, dame di compagnia, parrucchieri, cuochi, guidatori di carrozze, musicisti, cantanti d’opera ma soprattutto suonatori di jazz, direttamente da New Orleans. Per qualche anno, Abbott e suo figlio Thornton continuarono ad inaugurare palazzi, strade asfaltate, la ferrovia a scartamento ridotto, nuovi canali, senza risparmio di soldi. Ma le cose non andarono come previsto e quando Abbott morì, nel 1911, Venice non era ancora finita. Un mese dopo la sua morte un furioso incendio distrusse il molo e l’Opera House. Sarebbe stato ricostruito tutto una decina di anni più tardi, ma in economia, senza gli stucchi dorati, il ferro battuto italiano e gli affreschi dell’originale. Ma i problemi più gravi sarebbero arrivati dalle opere idrauliche. Le acque dei canali erano inquinate da un vicino complesso industriale e il ricambio frenato da un gioco avverso di correnti. Onde evitare la crescita di rigogliose piante acquatiche che avrebbero reso impossibile la navigazione delle barche e dei traghetti, le vie d’acqua dovevano essere drenate quotidianamentee. Più passavano gli anni e più quella necessaria opera di manutenzione si rivelava costosa e, alla fine dei conti, disperata. Quando i canali secondari divennero una palude malsana si decise di interrarli. Sino al 1924 funzionò anche la minuscola ferrovia a scartamento ridotto poi si decise di smontare anche quella. Negli anni Quaranta Venice era già in piena decadenza; luogo di bische clandestine e sale da bingo, frequentate da pensionati della classe media e dai marinai che sbarcavano dalle navi nel vicino porto alla ricerca di locali dove mangiare a buon prezzo e ballare. I prezzi delle villette costruite da Abbott Kinney e dal figlio scesero inesorabilmente finché arrivarono in massa i poveri immigrati messicani e giapponesi. Si formò un’economia locale basata sul piccolo commercio e sull’artigianato, aprirono atelier di pittori, bazar e molti locali da ballo. Alla fine degli anni Cinquanta, fu la massa di pittori e artisti appena sloggiati da North Beach a spostarsi a Venice of America. Componevano una fauna di romanzieri che non riuscivano a finire il loro primo romanzo, filosofi alcolizzati, pittori che stavano all’avanguardia di tutto quanto poteva essere superato e jazzisti eredi della colonia ingaggiata da Abbot e Thornton Kinney per i primi concerti jazz nello stile di New Orleans. A Venice viveva anche Lawrence Lipton, giornalista, scrittore di libri gialli di qualche successo, e marito della nota scrittrice di gialli Craig Rice. Lipton si sentiva un fallito, un nomade senza patria, forse perché la sua famiglia proveniva dal ghetto ebraico di Lodz, in Polonia, e lui non si era mai sentito a suo agio in America. In ogni caso la vita gli aveva lasciato un profondo senso di insoddisfazione. Quando fu sulla soglia dei sessant’anni, conobbe i beat e per la prima volta in vita sua si sentì in stato di grazia. Iniziò a scrivere versi, ad atteggiarsi a poeta (purtroppo non lo soccorreva l’ispirazione), a predicare il ritorno alla poesia vocalica. Divenne anche il primo storico dei beatnik, che considerava l’avanguardia della rivoluzione, la legione di veggenti che avrebbero cancellato la civiltà cristiana e ribaltato i valori dell’America. Affascinato, ne studiò la comunità con i criteri di un entomologo, classificandone i gusti, i tic, lo slang, la foggia dei vestiti. Scoprì che avevano i capelli lunghi, che si lavavano poco, che rifiutavano i mobili e le comodità dei «[a1]normali»; che preferivano vesti semplici tessuti di fibre naturali. Descrisse le loro camicie, i loro calzoni, il modo in cui indossavano i cappelli, come camminavano imitando l’andatura dei neri. Fotografò le loro camere da letto, s’informò sulle loro abitudini sessuali e sull’educazione che impartivano, o non impartivano, ai loro figli. Annusò i cibi che preparavano nelle loro cucine, cibi semplici, preferibilmente vegetariani; li trattò come fossero una nuova, strana tribù comparsa nel centro della città americana; ascoltò centinaia di reading, di concerti e di happening dell’avanguardia. Infine chiuse tutte le sue riflessioni nel libro The Holy Barbarians (1959), uno dei primi ad annunciare a voce alta agli americani che la loro civiltà, la civiltà fondata sui valori cristiani protestanti dei Padri fondatori volgeva al termine. |




