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MILLBROOK La Halte House di Millbrook (presso Poughkeepsie) dominava un’immensa proprietà terriera, composta da sei edifici secondari immersi nel verde splendente delle colline Catskill, e comprendeva un parco cintato da duemila acri, completo di boschi secolari, ruscelli e un laghetto popolato da cigni e anatre. La magione era stata costruita alla fine del secolo XIX dal magnate delle lampade a gas Charles F. Dieterich, un tedesco, che aveva scelto uno stile barocco-bavarese con i tetti spioventi, adatti ad una terra di nevicate abbondanti. E infatti, con i suoi abbaini e i grandi camini, la Halte House era un autentico pezzo di Germania wagneriana trasportato in America. L’edificio principale si raggiungeva percorrendo un viale alberato lungo un paio di chilometri e disponeva di una sala con un grande camino al primo piano e ben sessantaquattro stanze, tra grandi e piccole, distribuite su quattro livelli. Il luogo era abbastanza isolato da assicurare discrezione ma sufficientemente vicino a New York per non allonanarsi dai Bright & Best. Aveva soprattutto quella particolare aria outré che si sarebbe associata alla moda dei sixties, con il suo recupero di vecchi vestiti, bombette e di biancheria della nonna. Millbrook era un luogo molto chic e al contempo molto lugubre. Leary, Alpert e una decina di fuggiaschi di Freedom House si trasferirono nella Halte House nel settembre del 1963. Maynard e Flo Ferguson – che dal tempo del primo trip di Boston si erano accodati alla crociata libertaria dell’ex professore di Harvard – si accamparono nella casa del custode all’ingresso della tenuta con i loro quattro figli, mentre gli altri ospiti si distribuirono nelle umide stanze della magione. L’edificio necessitava di molti lavori perché non veniva occupato da decenni. Bisognava rendere abitabile un posto che assomigliava più ad un castello transilvano che ad una casa. Così la strana comunità trascorse un autunno diviso fra gli improrogabili lavori manuali e gli esperimenti psiconautici. Mancavano i mobili, le pareti interne erano scrostate e ricoperte da festoni di vecchia carta da parati, enormi ragnatele e strati decennali di muffa. Non c’era riscaldamento e anche l’impianto elettrico era inservibile. Uno dei lavori più urgenti fu d’allestire una stanza delle meditazioni simile a quella che si trovava nella casa di Newton. Leary insisteva sul fatto che gli psiconauti dovessero trovarsi nelle migliori condizioni ambientali (setting) per giovarsi dell’esperienza psichedelica. La stanza della meditazione doveva fasciare il viaggiatore della mente in una nuvola di profumi e suoni propizi. La Halte House si prestava magnificamente a questa necessità: disponeva di due torrette dentro le quali erano state ricavate due camere. In una di queste Alpert montò un moderno sistema d’amplificazione, dipinse il soffitto con una vernice oro e collocò una statua del Buddha e una del dio Shiva. La musica era essenziale. Durante i trip, Leary consigliava di lasciarsi avvolgere dalla quiete ontologica di Bach (anche Will Farnaby, quando decise di provare la moksha si fece trasportare dalle note del Quarto concerto brandeburghese) e poi musica indiana, canti tradizionali del Messico, le voci di sciamani (il canto di Maria Sabina già era commercializzato su vinile). Alpert dedicava una parte del suo tempo alla produzione di nastri e cassette sonore, miscelando suoni della natura, brani musicali e parole. Queste colonne sonore, vendute anche per corrispondenza, dovevano aiutare l’ascoltatore a passare indenne attraverso le fasi standard dell’esperienza psichedelica: il senso di morte, il terrore, la perdita d’ogni contatto con la realtà. In quel periodo Leary, riformulando la vecchia teoria del gioco, ipotizzava che l’LSD sarebbe in grado di cancellare momentaneamente l’imprinting ricevuto alla nascita, e di produrne uno nuovo, almeno parzialmente. Se ben diretta, una sessione di LSD poteva paragonarsi alla discesa all’Ade e ritorno degli antichi misteri e dunque alla sperimentazione di una morte e rinascita. L’iniziato, tornato dalla morte, avrebbe superato la condizione umana; staccato da passioni e desideri, sarebbe al di là del bene e del male. Questa è anche la condizione ricercata dai maghi e dagli esoteristi sperimentali che spiega la convergenza d’interessi fra occultisti e rivoluzionari della psichedelica, un argomento che meriterebbe un libro a parte. Sulla base di queste convinzioni, o speranze, Leary e i suoi iniziarono la lettura del Bardo Todol, il Libro tibertano dei morti, una guida alla morte e alla rinascita giudicata valida tanto per la morte del corpo quanto per la morte dell’Io. Il testo letto da Laura Huxley al marito morente – “Stai andando verso la luce, Aldous” – conteneva un inedito commento psichedelico portato, come sappiamo, da Leary al capezzale di Huxley, poco prima della sua morte. Usato per anni come guida di meditazione durante le sessioni psichedeliche, sarebbe stato pubblicato nel 1967 con il titolo di The Psychedelic Experience, con la firma di Leary, Alpert e Metzner.[1] (continua)
[1]. Leary, T. - Metzner, R. - Alpert, R., The Psychedelic Experience: A Manual Based on the Tibetan Book of the Dead, Academic Press, Londra 1969.
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