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Capitolo 6 - L'isola PDF Print E-mail

L'ISOLA

Un anno dopo la dipartita di Maria, Huxley sposò Laura Archera, una giovane italiana che viveva in California ben introdotta nel mondo artistico. Si sposarono d’impulso, a Las Vegas, davanti ad un ufficiale di stato civile che celebrò il rito in una cappella illuminata con neon colorati, l’unica che trovarono aperta al tramonto. Nel 1958, Maria invitò la scrittrice francese Anaïs Nin – biografa di D. H. Lawrence – nella casa dove viveva con Aldous, a Beachworld Canyon, sulla collina che sovrasta Hollywood. La francese trovò la casa «sorprendente», fredda, razionale e tutta arredata di bianco. Quel giorno lo scrittore dallo sguardo offuscato le apparve sì nobile, in quella sua formale signorilità, ma anche «privo di vibrazioni o antenne sensoriali», spiritualmente cieco e «goffo fra le sottigliezze del cuore e dello spirito».[1] Lo considerava insomma troppo intellettuale, all’opposto di Lawrence, (l’amicizia che aveva legato i due uomini molti anni prima era per lei un enigma). Il fatto che, per via degli psichedelici, lo scrittore inglese fosse guardato come una specie di maestro spirituale la irritava profondamente. Certo, lui ammetteva che le droghe non erano l’unica strada, però insisteva a dire che fossero la più veloce. La Nin notò che non ci teneva a passare alla storia come “Mr LSD”, tuttavia parlava volentieri, e con accenti accorati, dell’acido lisergico, della mescalina e del peyote, sostanze che potevano, se prese con giudizio, spegnere la paura della morte.

Sapeva che la scrittrice francese era stata una cavia del dottor Janiger e così fece scivolare il discorso sull’LSD, chiedendole, senza troppi preamboli, cosa avesse provato. Al che, lei confessò di non aver avuto una buona esperienza, qualche immagine confusa, un caleidoscopio di strani pensieri e immagini che l’avevano lasciata insoddisfatta. Aveva concluso che l’LSD non faceva ottenere nulla di più di quanto può essere raggiunto grazie all’arte, alla poesia, alla musica. Huxley ipotizzò un errore di calcolo da parte di Janiger. Diversi temperamenti, spiegò, reagiscono diversamente, e il dosaggio deve essere calibrato. Ma la Nin continuò a dichiararsi scettica sull’utilità di quelle droghe. Se tutti fossero esercitati alla musica, alla pittura, alla poesia; se tutti entrassero in contatto con i propri sogni, le droghe non avrebbero alcun senso. La Nin era stata per un certo periodo psicanalista e assistente di Otto Rank, e le sue opinioni a proposito della funzione dei sogni erano influenzate dalla psicanalisi. Ma Huxley scosse la testa: «Lei ha la fortuna di avere una comunicazione diretta con il suo inconscio. Si tratta di una rarità. Per la maggior parte della gente non è così. Loro hanno bisogno delle droghe».

I due scoprirono di non riuscire a comunicare. Lui era «troppo scientifico, troppo letterale, troppo preciso» e poco poeta, come annotò la Nin nel suo Diario: «Penso ancora, come sempre, che lo sforzo fatto per vivere, per amare, e per creare senza stimolanti artificiali faccia parte dell’arricchimento. Rafforza la volontà creativa, mentre coloro che sono passivi e amano le scorciatoie non saranno mai dei creatori validi».[2] I consumatori di LSD vedono il paradiso, e decidono di tornare a vederlo, ma non fanno nulla per cercare di crearlo. L’unica eccezione che le sovvenisse era Henry Michaux. Anche i surrealisti francesi avevano una visione differente da Huxley, per non parlare di Antonin Artaud, che era andata a trovare poco prima che morisse. Il vecchio leone, perduto nei suoi deliri, l’aveva affascinata e terrorizzata. Seduto in una poltrona, stringeva un’accetta con cui colpiva un mezzo di legno, ripetutamente, rabbiosamente: «mi fa pensare meglio», le disse. La sua bizzarra interiorità ne aveva scolpito le fattezze sino a renderle uniche, spaventose, come l’opera d’arte d’un surrealista.

 In definitiva, la Nin dubitava che i sogni generati dell’acido lisergico avessero la stessa potenza di quelli naturali, che sgorgano per l’imperioso bisogno di un’anima di comunicare.  Sì, Huxley aveva il temperamento di uno scienziato, non di un artista. Ed era proprio questo che aveva colpito gli americani: che un intellettuale freddo e scientifico propagandasse l’impiego di una droga capace di donare visioni, sogni e rêveries a chi non poteva averne. Questo aveva impressionato quel popolo pragmatico molto più delle visioni di Blake. Insomma, il successo de Le porte della percezione non la sorprendeva. Quell’America così pragmatica non aveva accesso al mondo interiore, e l’espressione blow my mind comune nel gergo di quegli anni con il significato di «far saltare il cervello», «sconvolgere la mente» con la droga, le parve spiegabile con il carattere del popolo americano che aveva ostruito l’accesso all’immaginazione con i detriti del suo materialismo, e ora ricorreva alla metafora dell’esplosione, una carica di dinamite psichedelica per rimuovere il blocco. Del resto, Ioan Couliano avrebbe parlato della «censura dell’immaginario» che aveva colpito tutto l’Occidente cristiano dopo il Seicento, ma soprattutto le terre conquistate dalla Riforma protestante.[3]

(continua) 

[1]. Nin A., Diario, vol. V, Milano, Bompiani 2001, p. 418.

[2]. Nin A., Diario, vol. V, Bompiani 2001, p. 173.

[3]. Interessante concetto, proposto da Ioan Couliano, in (traduzione): Eros e Magia nel Rinascimento. La congiunzione astrologica del 1484, Il Saggiatore, Milano 1987, p. 284. Dopo la pubblicazione di questo testo Élemire Zolla l’ha usato e sviluppato in molte opere anche in relazione alla rivoluzione psichedelica che è oggetto del presente libro, la quale avrebbe costituito uno sfogo per il «ritorno del rimosso». 

 

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