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RISVEGLI In Messico prima dell’arrivo degli spagnoli, le cerimonie di consumazione dei funghi chiamati teonanacatl («carne degli dei») avvenivano alla luce del sole. Dopo, furono proibiti e chi voleva continuare il culto tradizionale doveva adattarsi a cerimonie notturne, in luoghi nascosti, preferibilmente in presenza di membri di un unico nucleo famigliare. Presero allora il nome di veladas, azioni velate, segrete, ma, nonostante le precauzioni, qualcosa continuò a trapelare. In certe zone, i messicani, sin da bambini, apprendevano di qualche balia o contadina che nottetempo s’ostinava a celebrare le antiche cerimonie. Capitava sovente di vedere quei funghi secchi, nerastri, che odoravano di marcio, passare di mano in mano nei mercati, nascosti in panni umidi. La letteratura in lingua spagnola ne parlava diffusamente. Uno spagnolo di nome Ponzalo Perez aveva addirittura mangiato i funghi per trovare la moglie che lo aveva abbandonato. Ponzalo fu l’unico bianco, a memoria d’uomo, ad aver mangiato i funghi teonanacatl prima dei tempi moderni. Nell’Ottocento, i botanici cominciavano però a dubitare che il teonanacatl fosse un fungo, anche perché nessuno di loro era mai riuscito a far ammettere alle cerimonie. Gran parte delle descrizioni di veladas provenivano da missionari spagnoli e molti pensavano che avessero inventato tutto per screditare il passato pagano del Messico. Nel 1915 William Edwin Safford, decano della botanica americana, dichiarò al congresso della Botanical Society di Washington, che non bisognava lasciarsi ingannare dalla mitologia che parlava del teonanacatl come di un fungo, perché «in pratica, il cosiddetto fungo magico teonanacatl non è altro che il peyote». La dichiarazione di Safford andava contro l’opinione comune del popolo messicano che non aveva mai dubitato dell’esistenza dei funghi teonanacatl, ma a differenza di questi misteriosi funghi, che nessun americano aveva mai visto, il peyote era ormai ben conosciuto e studiato in centinaia d’articoli scientifici. Le autorità nordamericane promossero studi sul cactus allucinogeno perché consideravano il suo consumo un problema di sicurezza interna da quando s’era diffuso fra le tribù di nativi. La comunità scientifica americana accettò la teoria di Safford, mentre i messicani la dichiararono falsa. C’erano poi molte testimonianze archeologiche, bassorilievi e decorazioni atzeche a carattere fungino, e un gran numero di statuette chiamate pietre-fungo, a volte antropomorfe, che dimostravano senza ombra di dubbio che i funghi, o certi funghi, interessavano molto le antiche popolazioni del Messico. Ma anche per le pietre-fungo, trovate a centinaia, e di ogni dimensione, c’era una risposta pronta a quell’epoca, una risposta ispirata ai fumi della psicanalisi: le pietre fungo non erano altro che rappresentazioni falliche. Il botanico messicano Blas P. Reko non accettò le esternazioni di Safford. Studiava l’uso di sostanze vegetali nella cultura dei nativi del Messico da molti anni, e i funghi era riuscito a vederli con i propri occhi. Nel 1919 riaffermò in un articolo di una rivista messicana di antropologia che il nanacatl (teonanacatl) era senza dubbio un fungo allucinogeno. Nel 1923 scrisse al Museo Nazionale degli U.S.A. ribadendo che il nanacatl «cresce sui mucchi di letame e viene ancora utilizzato con lo stesso vecchio nome dagli Indiani della Sierra Juarez a Oaxaca nelle feste religiose». Purtroppo, i lavori di Reko avevano fama di essere scarsamente accurati, e i suoi appelli vennero ignorati. Passarono oltre dieci anni prima che, nel 1936, l’antropologo austriaco Robert J. Weitlaner riuscisse a mettere le mani su un particolare fungo usato nelle cerimonie segrete di Huautla de Jimenez, capolouogo della terra abitata dai Mazatechi, nella regione di Oaxaca. Ne spedì alcuni esemplari all’Orto Botanico di New York, a Blas Pablo Reko e ad Harvard. Gli esemplari arrivarono ormai decomposti e tutto ciò che si riuscì a fare fu di stabilire che appartenevano alla specie panaeolus. Nello stesso anno, Victor A. Reko (il fratello di Blas Pablo) pubblicò in Germania il libro Il fungo magico (Magische Gifte) dove asseriva che il teonanacatl è una specie di Amanita. L’anno successivo due americani, Richard Evans Schultes e Weston la Barre dichiararono di credere all’esistenza dei funghi sacri. Schultes, giovanissimo botanico, aveva appena studiato la diffusione del peyote tra le tribù dei Kiowa in Oklahoma; La Barre si era appena addottorato ad Harvard sullo stesso soggetto. I due avevano percorso per mesi lo stato dell’Oklahoma, dormendo e mangiando in macchina, per studiare gli usi del peyote durante le cerimonie sacre di queste tribù. Nel 1938, Schultes incontrò Blas Pablo Reko e assieme visitarono la città di Huautla de Jimenez dove individuarono alcuni esemplari di un fungo usato nelle cerimonie, che fu più tardi identificato come panaeolus campanulatus Linn. I funghi furono portati ad Harvard e sottoposti a trattamenti conservativi ma nessuno degli scienziati si azzardò a mangiarli. Schultes sapeva che esistevano altre varietà di funghi usati nelle veladas, ma non riuscì ad identificarli. Le anziane donne della città che gli erano state indicate come esperte nell’arte della divinazione attraverso i funghi non vollero rivelargli altro. Lo misero anzi in guardia dal consumarne da solo. Portava male. Nell’estate di quello stesso anno, un altro gruppo di scienziati che comprendeva Imgard Weitlaner e Jean Basset Johnson, assistette ad una cerimonia, descritta poi in alcuni articoli.[1] Basset e gli altri non consumarono il fungo perché fu loro proibito. Nei mesi successivi altri micologi e botanici americani e messicani si diedero da fare per studiare le specie di fungo utilizzate nelle cerimonie, riuscendo ad identificarne tre dei generi psylocibe, panaeolus e stropharia. (continua)
[1]. «The Elements of Mazatec Witchcraft» e «Some Notes on Mazatec». Nel 1945 Blas Reko tornò sull’argomento con il libro Mitobotanica Zapoteca. |




