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ESPERIMENTI

Nel 1949 la televisione di Stato ungherese diffuse le immagini crude di una persona che veniva sottoposta ad un processo per tradimento. L’uomo, i capelli rasati, lo sguardo perduto nel vuoto, si muoveva come un automa mentre il giudice lo guardava severo. Quello spettacolo, ripreso dagli organi d’informazione di tutto il mondo, destò impressione perché l’uomo che vi appariva era il cardinale Josef Mindszenty, primate dell’Ungheria, noto per la forza di carattere e l’indomabile piglio. Come avevano potuto i comunisti spezzare le difese e l’amor proprio di un uomo di provata fede, conosciuto per la sua risolutezza e per il suo coraggio? In realtà, simili cedimenti erano piuttosto comuni fra i prigionieri politici e di guerra nel blocco comunista ed erano stati notati sin dagli anni trenta durante i processi sovietici. Proprio in quel 1949 Country of the Blind di George S. Count e Nucia P. Lodge ricordavano al pubblico americano che il sistema sovietico era capace di ottenere una forma di controllo mentale (mind control) attraverso una combinazione di tecniche.[1]

Nel settembre del 1950, il giornalista Edward Hunter pubblicò sul «Miami News» un articolo – primo di una serie – nel quale sosteneva che i comunisti erano in grado di esercitare il lavaggio del cervello. L’espressione Brain-Washing poi Brainwashing appariva qui per la prima volta.[2] Hunter sosteneva di averla appresa da un giovane indocinese il quale gli avrebbe raccontato che esistevano tecniche che «lavavano il cervello» (hsin-nao) da pensieri o affermazioni che andavano contro i dogmi del governo. Secondo il giornalista esistevano tecniche segrete per riprogrammare le personalità, sostituire idee e interi blocchi di ricordi, prima ammorbidendola (softening up) e poi ricondizionandola.

Hunter era in realtà un agente di una divisione della CIA, l’Office of Policy Coordination, ed era incaricato di fornire la necessaria copertura propagandistica agli studi appena avviati dal governo sul tema del «lavaggio del cervello». Al problema lavoravano numerosi scienziati, come l’olandese Joost Meerloo, autore di libri sui metodi d’indottrinamento psicologico usati dai nazisti, sino al suo più celebre The Rape of the Mind (Lo stupro della mente 1956) degli anni Quaranta dove usò il termine di «menticidio». Le teorie di Meerloo sul menticidio sono però vaghe e poco soddisfacenti.[3]

In America studiano il problema principalmente tre scienziati, Robert Jay Lifton, Edgar H. Schein e Margaret Singer, tutti convinti che in Cina e in Corea fossero state sviluppate efficaci tecniche di controllo mentale applicate ai prigionieri di guerra.[4] I fatti sembravano dar loro ragione: un numero insolitamente alto, secondo il loro punto di vista, di prigionieri di guerra americani catturati dai cinesi o dai coreani apparivano nelle immagini televisive dei processi con la stessa aria assente che tutti avevano notato nel cardinale Josef Mindszenty. Gli studiosi pensavano che, a paragone dei soldati degli eserciti alleati (ma non dei prigionieri cinesi), gli americani confessavano al nemico molto più facilmente, si dimostravano disposti a ripetere le frasi stereotipe della propaganda comunista e a firmare dichiarazioni nelle quali accusavano il proprio governo di crimini di guerra o altro. Il settanta per cento degli oltre settemila prigionieri cedettero rivelando qualche segreto militare, o le operazioni a cui stavano partecipando, mentre un quindici per cento fece qualcosa di più grave: tradì la causa americana. Questi ultimi infatti non si limitarono a collaborare durante la prigionia ma continuarono a comportarsi come comunisti «rieducati» per mesi o anni anche dopo essere stati riportati in patria.[5]  

 

(continua)  



[1]. George S. Count - Nucia P. Lodge, Country of the Blind. The Soviet System of Mind Control, Paddington, Londra 1948.  

[2]. Secondo Hunter, Brainwashing era la traduzione della parola cinese hsi-nao (che però non veniva usata con quel significato). Probabilmente, Hunter aveva inventato questo termine leggendo un brano di 1984 di George Orwell.

[3]. Per un’utile e sintetica presentazione della questione v. Introvigne M., Il lavaggio del cervello, realtà o mito?, Elledici, Neumann-Torino 2002.

[4]. Robert Jay Lifton pubblicò nel 1956 il libro Thought Reform and the Psychology of Totalism (che usa il termine Thought Reform, riforma del pensiero) dove esponeva gli effetti della manipolazione mentale in guerra e nei culti religiosi. Nel 1988 la sua esperienza di studioso della «riforma del pensiero», cioè del cambiamento degli schemi mentali, fu riversata anche nello studio degli esperimenti dei medici nazisti.

 

 

[5]. Alla fine della guerra in Corea, il 70 per cento dei 7,140 prigionieri militari americani detenuti in Cina aveva firmato petizioni nelle quali denunciava le operazioni americane in Asia e chiedeva la fine degli sforzi militari americani. Di questi tornarono in patria in 4418, dei quali circa 1600 avevano firmato dichiarazioni di simpatia per il comunismo e 21 di questi (lo 0,5 per cento) avevano chiesto di ritornare in Cina. Fonti U.S. Department of Veteran Affairs e Albert D. Biderman in March to Calumny: The Story of American POWs in the Korean War, Mac-Millan, New York e Londra 1963. Cfr. anche Introvigne, op. cit., pp. 72-73. 

 

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