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LA COMPAGNIA DELL'ANELLO

Nel mese di anthesterion quando i monti attorno ad Atene si ricoprivano di fiori, i candidati all’iniziazione dei Misteri si presentavano alle porte di un tempio alla base dell’Acropoli di Atene, l’Eleusinion, dove i neofiti venivano iniziati ai Piccoli Misteri che precedevano l’iniziazione principale. Apprendevano particolari del mito di Persefone rapita dal signore dell’Ade e della madre Demetra costretta a peregrinare alla sua ricerca. Si sottoponevano a purificazioni fisiche, digiuni in ricordo dei nove giorni di Demetra in cerca della figlia; offrivano sacrifici alle dee; si astenevano da volatili, uova e fave. Venivano catechizzati sulla triste condizione dell’anima imprigionata dal corpo e sulla felicità di chi ha superato ogni paura ed è pronto ad affrontare l’oltretomba. Finito questo apprendistato se ne tornavano a casa, pieni di attesa e di letizia.

Alla fine dell’estate, nel mese di boedromion, tornavano ad Atene per i Grandi Misteri con vesti nuove e le corone di mirto. I riti propriamente detti duravano otto giorni ed erano preceduti da altri digiuni e festeggiamenti. I candidati erano felici di essere giunti a quella meta perché si credeva che i Misteri di Eleusi avessero il potere di trasformare l’uomo e di modificare il destino della sua anima dopo la morte. Essi – scriveva Cicerone «fanno vivere felicemente e morire pieni di speranza».

I riti principali iniziavano quando lo ierofante (portatore delle cose sacre) collocava solennemente gli oggetti sacri sopra un plaustro tirato da buoi. Sacerdoti e magistrati della città andavano incontro al corteo passando per la porta di Dyplon, poi l’accompagnavano fino all’Eleusinion. I giorni successivi venivano impegnati in sacrifici agli dei, digiuni e un bagno lustrale nell’acqua del Falero. Seguivano festeggiamenti in onore di Asclepio nel tempio di Epidauro. Al terzo giorno, si muoveva la processione dei candidati vestiti di bianco che agitavano un rametto di mirto chiamato bacchos. Camminavano così, esultanti, invocando Iacco, Dioniso giovane, il cui simulacro era portato su un carro che apriva il corteo. Percorrevano quasi trenta chilometri della strada sacra, lastricata di marmo, che conduceva al santuario. Lungo il percorso si fermavano a tappe fisse per celebrare episodi del mito di Demetra e Persefone. Prima di passare un ponte, che segnava il confine fra il territorio ateniese e quello eleusino, i sacerdoti Croconidi legavano agli iniziandi la mano destra e il piede sinistro con un nastro color zafferano.

Quando giungevano alla piana di Eleusi il sole era già basso. La luce scendeva dorata dietro alle montagne e le prime ombre viola si allungavano. Man mano che si avvicinavano al grande santuario bianco, colpito dagli ultimi raggi del sole, la commozione aumentava e il cuore si colmava di ansia. Stavano per assistere a qualcosa che non avrebbero potuto rivelare a nessuno. Continuavano a camminare alla luce delle fiaccole mentre si levavano canti solenni che mai più avrebbero dimenticato. Nei pressi del pozzo di Callicoro, dove Persefone si era fermata a gemere, iniziavano una danza silenziosa sotto il cielo stellato. Poi entravano nel recinto del santuario, chiuso a sguardi profani, dove iniziava la fase più segreta della cerimonia

I cancelli del santuario venivano chiusi e i misti si affollavano nel telesterion, il grande recinto circondato da un colonnato a quarantadue colonne, capace di contenere tremila persone. Al suo centro stava l’Anaktoron un piccolo edificio nel quale erano ammessi soltanto i sacerdoti, gli ierofanti, i daduchi, e lo ierokeryce che presenziava ai misteri e impartiva gli ordini necessari al loro svolgimento. Ciò che accadeva nel tempio nei tre giorni dei riti era indicato con il vocabolo generico di mysterion: qualcosa di segreto, che non poteva essere raccontato. Cosa succedeva? Diceva Aristotele che ai Misteri si andava non già per apprendere, ma per provare attraverso un’esperienza vissuta intimamente una profonda emozione religiosa. Venivano offerti sacrifici, si assisteva ad un qualche tipo di dramma liturgico. Durante l’iniziazione venivano mostrati degli oggetti sacri, legati al culto delle due dee, quindi veniva servita una bevanda sacra, il ciceone (kikeion). Quando il silenzio e la tenebra erano scesi, qualcosa di luminoso, sulla cui natura non era lecito esprimersi, improvvisamente si rivelava. Nel cuore segreto dell’inizazione apparivano delle larve, dei phasmata o phantasmata. Soltanto allora, i misti diventavano epoptes «coloro che avevano visto». A quel punto erano trasformati e avevano la speranza di poter sopravvivere alla morte. C’era poi un grado successivo d’iniziazione, che avveniva il terzo giorno, e che aveva a che fare con la ierogamia fra Zeus e Demetra.

Le porte del tempio di Eleusi restarono aperte dal quindicesimo secolo avanti Cristo al 395 dell’era cristiana. I Misteri eleusini sono il segreto meglio conservato dell’antichità, ad essi furono iniziati milioni di persone nel corso di circa duemila anni. I pochi che hanno alluso a quei segreti sono stati uccisi come capitò a Diagora di Melos. Fu l’imperatore Teodosio a proibirli, ordinando che le porte del venerando santuario fossero chiuse per sempre. Morto l’ultimo degli iniziati, l’enigma dei phasmata e della composizione del ciceone, andarono perduti. Ma la nostalgia per una religione cerimoniale che conteneva al suo centro la possibilità di vedere le dee, rimase latente. Riprese forza quando la fede cristiana diminuì. Anche la religione cristiana poggia sulla visione di epoptes, testimoni che hanno visto risorto l’uomo-dio: gli apostoli, la Maddalena. A parte loro, gli altri devono fidarsi dei testi che hanno raccontato la visione, i Vangeli. Oppure devono dare fiducia ai mistici e alle rivelazioni loro accordate, per via misteriosa, dallo Spirito Santo. La gente comune, non toccata dalla grazia della visione mistica, deve avere fede perché il mistero, per loro, si è trasformato nel mistero della fede.

Da qui il fascino di una religione misterica aperta a tutti, che garantiva la visione. Tutte le attività magiche, esoteriche e teurgiche dell’occidente moderno sono state tese a questa visione perduta, nel ricordo struggente dei Misteri eleusini. Da certi misteri praticati nel segreto in epoca Rinascimentale, alla passione misterica del Settecento e dell’Ottocento, coltivata in conventicole massoniche, scuole teosofiche, sette teurgiche, il recupero convinto della visione misterica avviene in modo inaspettato, nel pieno del Novecento. Vedere i phasmata senza dover credere che la materia dell’ostia consacrata sia trasformata nella carne di Gesù. Vedere, toccare, ecco che la nostalgia per quella religione diretta crebbe man mano che diminuiva la fede nella Chiesa. Le chiese riformate che allontanarono ancor più dalla visione, dall’esperienza diretta agognata, produssero la crisi definitiva e il ritorno prepotente della gnosi.

La nostalgia per la condizione degli epoptes spiega perché tanti uomini si dedicarono nel pieno del Novecento a recuperare i phasmata, e perché fu uno psicologo americano, lontanissimo per cultura e formazione da letture classiche, a proporre, in modo confuso e persino cialtronesco, una restituzione dei misteri di Eleusi. Non capiremmo il fervore bàcchico di Leary e dei tanti personaggi che ruotarono al paradossale dramma della sua vita senza ricollergarci almeno idealmente a quella danza, attorno al pozzo di Callicoro e poi al buio profondo nel quale a migliaia stavano tesi, in silenzio, sotto il cielo stellato, ad aspettare l’apparizione dell’indicibile.  
 

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